Archive for July, 2009

“Il Foglio volante”

Posted: July 31, 2009 in il foglio volante

MEDIUM24
È stato appena spedito agli abbonati “Il Foglio volante” di agosto 2009. Si tratta di un numero speciale dedicato quasi per intero al Premio Letterario “Una Fiaba per te” di San Pietro Infine (CE). Chi desideri ricevere copia saggio può chiederla a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com

Dalla Terra Del Poi

Era un luogo-non-luogo: non era un posto davvero: chiamarlo “terra” non sarebbe stato giusto – ma cosí, tanto per dargli un nome… quella era la terra del Poi. Del Dopo. Del Non Avvenuto. Dell’Accadrà Ma Non Subito. Quello era – quello è – il luogo in cui stanno tutte le cose, tutte le persone che dovranno venire alla luce. Poi. Dopo.

E in quel luogo-non luogo vanno piano piano formandosi: ci sono i pensieri, i progetti, i sogni di cui nessuno – nemmeno coloro che li penseranno, progetteranno, sogneranno – ha ancora coscienza. Ma loro sí – i pensieri, i progetti, i sogni – sanno di essere destinati ad esistere: e si interrogano su come (poi, dopo) potranno diventare.

Cosí nel luogo-non luogo si vedono esseri piccoli, e forme strane – piccole anch’esse: perché pensieri e progetti non hanno forma. La assumeranno poi. Dopo.

Quando lasciano la terra del Poi, non la ricordano piú – né ricordano come è stato complicato formarsi per diventare ciò che molti potranno vedere, o di cui potranno avere sensazione. Può essere lungo il tempo d’attesa: e le creature che un giorno saranno impegnano quel tempo sforzandosi di essere piú belle e migliori – in modo che quando verranno alla luce nessuno debba dire “Che assurdo pensiero!” o “Che inutile progetto!” e magari “Un sogno davvero stupido!” E tra le tante altre creature si andava formando una piccola Legge. Naturalmente sapeva che il mondo è pieno di Leggi: alcune sono vecchissime, altre solo vecchie, altre nuove. E sapeva anche che a tutte le Leggi si deve portare rispetto. La cosa la lusingava non poco:

— Quando esisterò, la gente mi renderà onore e farà quello che io prescrivo.

Lo ripeteva tra sé, e una volta lo disse anche a un suo piccolo amico – anche lui ancora abbastanza informe (ce ne sarebbe voluto, di tempo, perché quel cosino diventasse un Grande Pensiero!). Ma per adesso era solamente un piccolo coso- che del pensiero non aveva nemmeno lontana apparenza.

— Sicura? — domandò Piccolo Coso.

— Tutti sanno che la gente deve obbedire alle Leggi. E io sarò una Legge.

— Tu sarai anche una Legge. Ma penso (non per niente sarò un Pensiero!) che voi leggi non siate tutte… lo stesso. Non era in discorso chiaro.

— Tutti sanno che la gente… — ricominciò a dire Piccola Legge.

Piccolo Coso si scrollò un po’ (non poteva scrollare la testa, perché ancora non si era formata):

— Ci sono tante leggi, diverse, — spiegò — e non tutte piacciono alla gente.

— Ma io non devo piacere. Mi devono solo obbedire. Mi sembra chiaro.

— Ma non tutti obbediscono alle leggi — sentenziò Piccolo Coso — e ne sono sicuro perché me l’ha detto un Grande Progetto Politico che stava per uscire alla luce. Quindi era uno che sapeva il fatto suo.

—Se non mi obbediranno, saranno persone… persone…

Non era facile per una Piccola Legge ancora in formazione esprimere il proprio pensiero e cosí lasciarono cadere il discorso.

Ma Piccola Legge continuò a pensarci: e le tornava alla mente la frase “Voi leggi non siete tutte… lo stesso” Cosa voleva dire? Che c’erano leggi cui obbedire? Altre da ignorare? Lei non voleva essere ignorata.

Mentre il tempo scorreva, Piccola Legge si sforzava di essere sempre migliore: stava molto dritta, ad esempio, perché non voleva che un giorno qualcuno potesse affermare “Ecco una legge nata storta!” Ma oltre al tenere la schiena dritta, cos’altro avrebbe potuto fare per migliorarsi? Bisognava capire come potevano essere le leggi – bisognava sapere.

Certo i Piccoli Pensieri, i Piccoli Progetti, i Piccoli Sogni ne sapevano quanto lei: e allora meglio rivolgersi a quelli che apparivano già piú grandi, piú definiti nei loro contorni – magari a quelli che erano cosí ben formati da essere pronti a schizzare fuori – per entrare nel Mondo. Erano però quelli che avevano molta fretta, e la liquidavano con poche parole:

— Come possono essere le leggi? Mah, lunghe, o corte… credo.

— Leggi? Belle, brutte… forse.

— Leggi? Ma io non me ne intendo: io sono un Progetto Per Costruire Un Nuovissimo Ospedale – e non ne so nulla, di leggi!

E il tempo scorreva: Piccola Legge stava crescendo – ogni giorno un pochino – e insieme a lei Piccolo Coso: imparavano qualcosina ogni giorno (altrimenti, non si cresce piú) e avrebbero voluto impararne di piú – affinché venisse presto il momento di uscire alla luce, di prendere il proprio posto nel mondo.

— Io voglio essere una Legge importante.

— Anch’io vorrei essere un pensiero importante. Ma come si fa a dire? Magari siamo destinati a entrare (parlo per me, si capisce) dentro una piccola testa, e allora dovrei accontentarmi di essere un pensiero cosí-cosí.

A Piccola Legge prendeva lo smarrimento:

— Credi potrebbe capitare anche a me? Di entrare in un piccolo Codice, voglio dire.

— Certamente no. I codici di leggi sono tutti molto grossi. Perché i pensieri dei legislatori sono tutti grossi. Voglio dire, credo abbiano una testa molto grande.

Crescere, nel mondo del Poi, del Dopo, è veramente difficile: nessuno sa esattamente come stanno le cose, nessuno le insegna. Bisogna tentare da soli, e sforzarsi.

— Senti, Piccolo Coso, io ho deciso che sarò una legge bella. Cosí le persone che mi obbediranno saranno contente. Magari allegre.

— Vorrei essere anch’io un bel pensiero. Ma se poi entro nella testa di una persona non tanto perbene e ci trovo solo brutti pensieri?

— E tu non potresti essere bello, tu solo?

— Credo… che si finisca per copiare dagli altri.

— Potrebbero essere i pensieri brutti a copiare da te!

— Credi? Ma se loro sono tanti e io sono solo? E tornando al tuo progetto di essere una legge bella, non mi pare che la gente si rallegri a obbedire. Lo fa perché deve. Ma leggi belle… Nessuna legge, io credo, obbliga a mangiare cioccolata dalla mattina alla sera. Le leggi si occupano di lavoro, di dovere… Non credo i doveri siano piacevoli.

Parlare con Piccolo Coso poteva essere deprimente, a volte: la sua saggezza era pesante:

— Parli come un vecchio Pensiero! — commentava sconsolata Piccola Legge. E cosí Piccola Legge continuava a sforzarsi di crescere nel modo giusto:

— Piccolo Coso, forse hai ragione e non esistono leggi belle. Allora voglio essere una legge forte. Cosí tutti dovranno obbedirmi perché avrò dietro le spalle le Punizioni per chi non lo fa. -E chi obbedisce sarà contento, secondo te? Mi sembra di aver sentito dire che quando vanno in giro le Punizioni, nessuno è…

— Stai zitto, per carità. Parliamo io e te senza sapere di cosa. Perché non chiediamo a una Piccola Punizione come si svolgono le cose sulla Terra? Certo loro lo sanno: è il loro mestiere. Andarono nella zona riservata alle Punizioni: ce n’erano di tutti i tipi, da quelle mini per i piccoli guai che possono fare i bambini a quelle maxi per le cose terribili che riescono a combinare gli adulti. E tutte si preparavano con grande impegno al loro compito – che sapevano importante. Scelsero una punizione dall’aria gentile:

— Io? Sarò una Punizione per infrazioni alle Leggi sul traffico.

Piccola Legge spiegò:

— Volevo sapere come va la cosa. Io diventerò una Legge, ma non so ancora quale…

— Imparerai…crescendo — assicurò la Punizione che era già piú grandicella. — Comunque funziona cosí: prima c’è sempre il Pensiero…

— Io? — chiese Piccolo Coso.

— Certo. Dopo il Pensiero viene la legge…

— Cioè io — disse Piccola.

— Appunto. Per essere sicuri che la gente obbedisca dietro vengo io, la Punizione, e dietro…

— Perché, dietro c’è qualcun altro? — domandarono in coro Piccolo e Piccola.

— Ma certo. Dietro di me viene la Paura. È per la Paura che la gente obbedisce. Piú grande è la Paura, piú grande è l’obbedienza.

Era stata una spiegazione illuminante.

— Non credo mi piaccia tanto fare paura — mormorò Piccola Legge andandosene. — E cosí sono piú confusa: non posso essere una legge bella perché tu dici che le leggi non sono belle. E non mi va di essere una legge forte perché mi porterei dietro la Paura…

— A nessuno piace avere paura — commentò Piccolo Coso.

— E allora? Come devo essere? Legge piccola no, Legge storta… non ne parliamo, Legge inutile… ma ti pare? Che ci farei nel mondo? Ci sono proprio dei momenti terribili, in cui uno non sa cosa fare della sua vita!

— E non sa nemmeno come fare per crescere nel modo migliore! — Anche Piccolo Coso era sconsolato.

E il tempo scorreva. Piccolo Coso non era piú tanto piccolo e aveva ormai la forma di un Pensiero (poteva anche grattarsi la testa, se voleva, perché ora ne possedeva una) e anche Piccola Legge ormai teneva a farsi chiamare Leggina e sapeva che il diminutivo tra poco sarebbe sparito. Ma non erano spariti i dubbi, le incertezze:

— Come sarò? Cosa farò nel mondo? So come non devo essere, so come non voglio diventare: ma come voglio essere, ma come voglio diventare…. Non lo so assolutamente!

E siccome il momento di lasciare la Terra del Poi era sempre piú prossimo, Leggina prese una decisione:

— Chiederò alla piú vecchia che abita qui. Lei abita qui da sempre e non è mai voluta scendere sulla Terra perché dice che non c’è posto. Andrò dalla vecchia Saggezza.

In verità la Saggezza, a suo tempo, era discesa sulla Terra: era unica, lei, perché di Saggezza non ce n’è che una sola. Ma aveva scoperto abbastanza presto che al mondo c’è posto per tanti, ma per lei non ce n’era nessuno. Nessuno dà spazio alla Saggezza. L’avevano criticata, definita di volta in volta noiosa, antiquata, deprimente, grigia, barbosa – anche se lei era arrivata da poco. L’avevano ignorata. Avessero potuto, l’avrebbero chiusa da qualche parte. Ma ignorarla era proprio come rinchiuderla. Allora Saggezza si era detta che per stare al mondo e fare un bel nulla, tanto valeva andarsene via, e tornare nella Terra del Poi. In fondo, poteva darsi si formasse un tempo favorevole. Poi. Dopo. Un poi e un dopo molto molto lontani.

Cosí Leggina andò dalla vecchia Saggezza: non dovette fare anticamera perché la Saggezza non ha mai ospiti (anche nel mondo di là la considerano alquanto noiosa). E le espose tutti i suoi dubbi.

Saggezza ascoltò con pazienza, con piacere addirittura: non parlava mai con nessuno! E fu contenta che Leggina avesse ritenuto opportuno rivolgersi proprio a lei per sapere come diventare. Presto. Tra poco.

— Io non voglio essere una legge bella, né forte, né storta, né inutile… e non mi restano altre possibilità. Cosa diventerò? La Legge del niente? Io voglio essere utile, invece.

La Saggezza sorrise: sapeva vedere molto lontano e anche i problemi difficili per lei si potevano risolvere:

— Ma è tanto facile invece. Tu sarai…

Leggina pendeva dalle sue labbra.

— …tu sarai una legge GIUSTA! — e le indicò la strada che portava nel mondo.

Fryda Rota

Fiaba prima classificata al Premio “Una Fiaba per te”.

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“Immaginate la ragazza”

Posted: July 10, 2009 in Poesia

giovanni_catalano

Giovanni Catalano – Ed. Lampi di stampa – 2009 – pagg. 80 – € 10,00 –
Il gioco del falsetto, in un rincorrersi di immagini colorate e di improvvise apparizioni, si offre con garbo per una sorta di gioioso sussurro.
“Davi ordine al mondo/ di chiudere gli occhi/ e in un unico gesto/ sfilavi la blusa./ Allora pensavo:/ devo far presto/ a baciarti sul collo/ prima che un bacio/ significhi altro./ Ma il tuo collo/ è così lungo/ che non smetterei mai/ di baciarlo./ E devo far presto/ prima che cominci/ la spalla o l’orecchio,” (Modigliani – pag. 11).
Non è soltanto lo scherzo che imprigiona parole e significati, ma la metafora che si impone con la sua severa valutazione per quella ricerca che fa della poesia una vera e propria rielaborazione della realtà quotidiana. Qui le “occasioni”, presentate in uno stile molto compatto ed asciutto, in una scrittura del tutto personale ed attenta, sono luminosamente proposte, tra le sensazioni che arricchiscono la vita e colmano il verso di preziosismi gentili e giovanilmente aciduli.
“…Quando hai bevuto/ è nei riflessi dei bicchieri/ vuoti o giunge a tratti,/ se per caso batti gli occhi/ o è in un discorso lontano,/ iniziato e mai concluso,/ in un discorso origliato/ ad un tavolo accanto./ Perché è rimasto quasi tutto/ sul tuo volto/ come se da quella sera/ non avesse più piovuto.” (Saranno passati gli anni, mi dicono – pag. 59)-
Poesia di esordio del ventisettenne ingegnere elettronico che ben conosce già da questa sua prima prova, quasi un canzoniere che si dilata fra l’amore di una prima gioventù e le promesse di un futuro dall’equilibrio instabile, i segreti di una scrittura tutta tesa al “fieri”, fortunatamente senza cadute e senza ripensamenti.
Antonio Spagnuolo

la lettura proibita

Posted: July 9, 2009 in Poesia

remy68

Rémy Célis est un peintre bruxellois peu connu mais certes pas méconnu: vous trouveriez en effet certaines de ces oeuvres dans les collections du Cabinet des Estampes, du Musée d’Ixelles ou aux cimaises de prestigieuses collections belges et étrangères.

Peintre bruxellois, il ne l’est pas seulement par sa situation géographique, mais parce que son pinceau a, au long de quatre décennies, saisi la lumière et l’ambiance de quartiers typiques du vieux Bruxelles — dont certains disparus aujourd’hui.

Dans ce site, vous trouverez surtout pour l’instant des exemples de sa production picturale. Mais Rémy a aussi réalisé, dans une carrière maintenant longue, de nombreuses gravures. Artiste polyvalent, il a aussi dessiné et peint à l’aquarelle.

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La Lecture Prohibée
Fusain

questo disegno di Remy l’ho scelto perché ben si addice alla caratteristica della nostra isola, il libro e la lettura, mai dovrebbero diventare oggetto ed attività proibita. Leggere é vivere, e scrivere poesia é amare, donare agli altri.
mi é stato consegnato il 3 maggio del 2005 alla Clinique du Parc Leopold in occasione del vernissage alla Imagerie medicale a Rue Froissart 38
http://www.remy-celis.net

Cristiano Ferrarese

Posted: July 9, 2009 in Cristiano Ferrarese

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the populi

Matti, voci e storie di oggi – Parte III
Di Barbara Gozzi
Davanti a un matto, ho sempre avuto la stessa sensazione, lo stesso identico brivido. Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare, trovarsi davanti a un’imbarcazione affollata, un relitto che giace addormentato sotto la superficie. Qualcosa di indecifrabile. Come una frase difficile che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterla capire.
(Estratto scritto da Simone Cristicchi, seconda di copertina di ‘1967’, di Cristiano Ferrarese, Hacca, 2007).
Ma, ancora, dalla seconda di copertina di ‘1976’ (Cristiano Ferrarese, Hacca, 2008), le parole di Andrea Di Consoli, narratore, poeta, operatore editoriale e culturale, sono parole intense, vibranti, durissime che cercano di scuotere, smuovere interesse e attenzione.
I matti non sono rivoluzionari. I matti non cambiano il mondo. Chi li ha strumentalizzati per fini ideologici, ha commesso un crimine. I matto sono malati: malati gravi che non sovvertono il mondo, ma che sono interiormente devastati da crolli, deformazioni visive, angosce, certezze assurde e sentimenti apocalittici. I matti non sono ‘buoni’ e rassicuranti, né sono gli sconfitti del capitalismo, o le vittime dell’ordine sociale. I matti non vedono verità che altri non vedono. […] I matti parlano una lingua che non si capisce.
(Andrea Di Consoli)
Ed è proprio di questo, dell’essere ‘matto’, del raccontare, del parlare un’altra lingua, avvalersi di un linguaggio difficile, spezzato, frantumato, disperato quanto maniacalmente cercato per esprimere quel qualcosa che c’è, esiste ma su livelli diversi, qualcosa che è ‘altro’dal narratore stesso: di tutto questo si è occupato Cristiano Ferrarese nella trilogia dei Matti, tre romanzi (uno dei quali ancora inedito, gli altri pubblicati da Hacca: 1967, 1976).
La storia inizia con una voce, indefinita, indefinibile, che si rivolge direttamente a Gesù. Finché questa sorta di corrispondenza unidirezionale con l’Altissimo si interrompe (ma ritorna, sul finale del primo romanzo, filo sottile ma non invisibile). E la voce si racconta libera da vincoli di forma. Poco alla volta emergono dettagli, veloci schegge che aiutano il lettore a orientarsi, avviando un processo di comprensione tutt’altro che semplice.
“[…]… era il Novembre del ’66 e abitavo a Busalla, il mio nome C. e dormivo pochissimo, avevo scelto il lavoro più divertente… il becchino, …”. A pagina 18 di ‘1967’ i primi indizi sul ‘chi’. E poco oltre altri, sul ‘cos’è successo’: “… cella di isolamento e poi il processo… dichiarato infermo mentale, sono rinchiuso in questa casa di cura per malattie mentali, un manicomio… passeranno mesi e anni e io continuerò a viaggiare nei miei vuoti di coscienza dove sono fuori di me e mi vedo agire…”.
Dunque, un matto, ricoverato in un istituto, che ha commesso un omicidio e che ogni giorno pensa, incastra tasselli, svela. O almeno, è quello che sembra. Per ora così è.
Il linguaggio non è solo forma ma anche sostanza. Testimonia un preciso approccio verso il narrare. La sovraesposizione delle sospensioni. Punti che sono invadenti, pesanti, faticosi, attraverso i quali il lettore deve abituarsi a rantolare come (forse) fa il narratore-protagonista.
… ma non mi crede e così ritorna a vedere se mente e cedo, ma io ripeto la stessa storia e lo disoriento sempre più… io sono malato dentro e questi esteti del disagio e della legge non possono capire… e mai potranno capire…
(pag.33, 1967)
Frammenti. La trilogia dei matti si profila come un flusso di pensieri, una voce piena di ‘buchi’, attese, sottintesi. Perché ciò che racconta, il signor C. (chiunque sia realmente, tra capovolgimenti di genere e relazioni), non è solo la sua storia. Non è il protagonista sotterraneo. Non è il resoconto ombelicale di una vita magari dolorosa magari ingiusta magari distrutta. È una trasposizione. Un capovolgere il mondo, quello narrato naturalmente quanto quello atteso. Il matto narra ma è attraverso la sua condizione, attraverso parole, frasi, figlie anche della presunta malattia, che può spostare l’attenzione, virare drasticamente da un ‘suo dentro’ al ‘fuori’. L’inconscio del narratore, i suoi impulsi lo liberano dalle catene che invece gli altri, i sani, portano ogni giorno. E, in questa libertà, la lingua si scioglie, fugge dagli schemi sintattici e semantici convenzionali, si plasma per dare il ritmo, la sincope, per riappropriarsi degli spazi adatti ad. Analizzare. Registrare livelli diversi, strati e simboli che galleggiano ma facilmente sfuggono.
… vorrei dormire ma le voci mi tormentano e si cibano della mia mente… […] … ricordo solo una frase di Jung… “Matto è colui che è sopraffatto dal proprio inconscio”… […]
… lessi la frase in biblioteca a Busalla poco dopo il funerale del ragazzo che si era impiccato… così mi resi conto di essere matto perché agivo preda dell’inconscio… io ero parlato da questi impulsi del profondo, mi guidavano in azioni oscene e irripetibili…
(pag. 59 – 1967)
… la strada è la fotocopia della vita normale di tutti i giorni… i clienti sono l’espressione delle pulsioni represse e reprimenti, pagano e si sentono forti… hanno corpi e facce oscure… le loro parole sono violente ma deboli… non sentono le catene intorno a sé…
(pag.93 – 1967)
La componente ‘sociale’ è impossibile da ignorare in 1976, quando il lettore si è ormai abituato alla struttura linguistica, allo stile. Ferrarese rimane coerente, insiste dando voce a sentimenti che echeggiano, rimbombano, inquietano. E gli eventi del ‘fuori’ filtrano attraverso la condizione di non sanità, non sani anche loro, in un gioco di incastri e coincidenze.
Io so che hanno ucciso Pie Paolo Pasolini perché ha visto il marcio nauseabondo di questa società che chiamano democrazia… io so che hanno ucciso Pier Paolo Pasolini perché era un alieno mistico gettato in questa merda di nazione cattocomunistaclericofascita… Pier Paolo Pasolini eroe sfregiato dalla maldicenza e dall’ipocrisia piccolo borghese… noi non abbiamo mai avuto una borghesia e neppure un capitalismo…
(pag.41 – 1976)
Ne esce un testo ( intendendo la trilogia) complesso, come già spiegato. Difficile in quanto chiede – pretende – attenzione costante, curiosità e pazienza. Questo spostare le angolazioni, spezzare qualsiasi cosa (racconti, ricordi, ragionamenti, informazioni), questo agganciare malattia mentale con le malattie sociali, accadimenti che diventano male esterno esposto attraverso un male interno sconclusionato, folle appunto. Tutto questo è senza dubbio impegnativo, faticoso anche. Ma necessario nell’incedere, nel lasciare tracce precise, in attesa di comprensione.
Faccio alcune domande a Cristiano Ferrarese, ascolto la ‘sua voce’:
Chi sono ‘i matti’ per Cristiano Ferrarese?
“I matti di Ferrarese sono quelli che vedono (Platone e la lettera VII) ciò che gli altri semplicemente si limitano ad osservare…squarciano un velo e dicono che il re è nudo…qualsiasi esso sia e in qualsiasi modo si presenti…sono disturbati (disturbanti) dal vivere in un presente eterno che non prevede ciclicità…sono dei maleducati che accettano questa condizione, non si piangono addosso e sono attraverso il sangue/la morte/il sesso/la religione… “
In ‘1967’ e ‘1976’, il matto non è mero narratore piuttosto espediente per mostrare la realtà deformata di un passato dell’Italia recente ancora sfocato. Quanto il narrato è reale e quanto dipende dall’invenzione narrativa?
“La realtà è il punto di vista di chi la narra all’interno di momenti storici avvenuti ma vissuti come eterni…il matto dice le cose, non racconta…il matto nella storia vince sempre perché perde comunque… “
‘I matti fanno letteratura’ ha scritto Gianfranco Franchi, narratore, critico e operatore culturale, a proposito di ‘1976’. E’ dunque questo il senso di una scelta precisa, di un modo non usuale, anche complesso di trattare una storia costellata di simboli? Usare una struttura, una lingua ambigua, sospesa, per lasciare messaggi potenti, crudeli?
“I “miei “matti fanno un’altra letteratura (se così si può chiamare) che non è consolatoria/alta o bassa/ricercata o ricercante…è pericolosamente misericordiosa e compassionevole nel suo essere o-scena…è troppo avanti o troppo indietro…quindi ferma ma non aspetta… “
Cristiano Ferrarese è raggiungibile su myspace, mentre QUI il booktrailer di ‘1967’.

Poesia Incompleta

Posted: July 7, 2009 in Libreria

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Alcuni giorni fa ricevo un’interessante proposta da Annalaura, letta da lei in un blog italiano ….. : a Lisbona un viaggiatore ha incontrato un giovane di nome Changuito, il quale ha aperto una libreria che si chiama Poesia Incompleta interamente dedicata alla poesia. La libreria consta di due stanze e un giardino; nelle due stanze ci sono scaffali pieni di libri di poesia e, dietro i libri, scatoloni pieni di volumi di poesia non catalogati.

Il negozio non vende nessun altro tipo di libri: niente fiction, non fiction, niente cd, niente giochi, caffè, vino, musica dal vivo, nulla, nessun happening. È un negozio che si frequenta solo se si ama la poesia, ci si siede all’interno o nel giardino e si leggono libri che Changuito e la sua fidanzata comprano durante i loro viaggi in giro per il mondo.

È da quel reparto che si può capire se il proprietario è lì per passione o per avidità di ricchezza. La maggior parte delle grandi catene di librerie americane relegano la poesia nel retro o nel seminterrato del negozio, come se fosse un segreto colpevole. La poesia non porta soldi a nessuno; è un dono. Da questo punto di vista, la libreria di Changuito è un vero tesoro, un concentrato di doni.

Un invito a visitare il suo blog http://poesia-incompleta.blogspot.com. una libreria interamente dedicata alla poesia non poteva mancare alla tela sonora.
leggi

Ringraziamo il viaggiatore anonimo e cogliamo l’occasione per informarlo che abbiamo
deciso di invitare Changuito in radio per una intervista alla
LA TELA SONORA Venerdi 10 luglio 2009 101.9 FM Radio Alma

Posted: July 7, 2009 in Libreria

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Rainbow Paper
Intercultural Dialogue: From Practice to Policy and Back
A civil society initiative under the European Year of Intercultural Dialogue 2008
Commit to change for Intercultural Dialogue. Make our collective voice heard. Support our deposition with the European Union and its Member States.
This site, made possible by LabforCulture, serves the public endorsement of The Rainbow Paper, an initiative of the Platform for Intercultural Europe (the “Rainbow Platform”). The endorsement process started on 6th October 2008 and is open-ended.

The Rainbow Paper is the result of several consultation exercises in the course of 2007 and 2008. It is a collection of and compromise between hundreds of view points. We hope you find your contributions reflected.
The paper sets out five steps to making interculturalism our new human norm and proposes five sets of recommendations: Educating, building capacity by organisations, monitoring for sustained policies, mobilising across boundaries and resourcing of Intercultural Dialogue. The recommendations are addressed to civil society organisations and public authorities at all levels in Europe, using the European Union as the point of access. Civil society organisations are invited to sign up to the recommendations on-line.

The endorsed document was presented to the public and to the EU Council at the closing event of the European Year of Intercultural Dialogue on 17-19th November 2008 in Paris. The Rainbow Platform is a formally recognised partner for the European Union institutions under the process known as “Structured Dialogue”. It delivered its recommendations, and will continue to promote them in 2009, in this capacity.

Organisations who endorse the Rainbow Paper also have the possibility of becoming members of the Platform for Intercultural Europe as a legally established association.

 http://rainbowpaper.labforculture.org/signup/