Archive for June, 2010

il paesaggio di Erice

Posted: June 20, 2010 in architecture

Un viaggio nella tradizione, attraverso la lettura dei colori ed i caratteri dei suoi abitanti.

In apertura Tullio Sirchia rilegge il lavoro di appropriazione del paesaggio proprio di Erice, la sua storia, gli interventi attraverso tre categorie: la natura, l’architettura, l’indefinito. La prima si porta dietro tecniche e saperi ben fondati. La seconda scompone definitivamente la relazione modernista figura-sfondo. La terza parla del tempo. Poi, lo stesso Tullio Sirchia suggerisce altre connotazioni: il legame tra rigore e innovazione al di fuori da facili scorciatoie; l’uso di prototipi dove sperimentare densità e gestione delle coltivazioni; la costruzione di vocabolari utili alla definizione di nuovi spazi pubblici; l’idea che il sistema dei parchi funzioni come infrastruttura urbana; il rifiuto delle facili retoriche della sostenibilità, dell’accezione statica ed estetica della nozione di paesaggio; la passione per lo sguardo d’insieme e per la planimetria. La percezione netta dello scarto nel tempo tra pianificazione e costruzione.

Evidente la distanza tra titolo del libro e la ridondante letteratura di paesaggio: nell’importanza data alla cornice teorica; nel rilievo assunto dalla parola scritta; nella misura e nel carattere dell’apparato iconografico. E, naturalmente, nei progetti presentati. Progetti che si prestano a un gioco. Dimenticando per un momento libro e autore, potremmo ascriverli contemporaneamente a due traiettorie distinte. Riconoscere due differenti genealogie. Quella della progettazione territoriale, dei suoi materiali, delle sue figure. Quella della progettazione di paesaggio, della botanica, delle tecniche derivate dall’agricoltura. Tullio Sirchia sottolinea spesso la divaricazione quando scrive del piacere della domesticazione di siti come qualcosa di diverso dal piacere della costruzione. Si muove con materiali intermediari. Maneggia il tempo più che prevederne le conseguenze. Insiste sulle tecniche di coltivazione, su pochi materiali elementari: erba, superfici mineralizzate, acqua, piante. Doppie genealogie dunque. Saperi diversi e un differente profilo del progettista: esploratore, non certo urbanista.

Ma il doppio ha un punto di sovrapposizione in cui le differenze sembrano annullarsi. Le domande che si pone Tullio Sirchia sono le stesse che si pone l’urbanista: come leggere le trasformazioni della città contemporanea? Come dare coerenza a un territorio frammentato? Come restituire allo spazio pubblico il carattere di uno spazio comune? I suoi progetti, come quelli urbani, tendono a un migliore funzionamento del territorio. Danno risposta a esigenze elementari: proteggersi dal vento, circolare meglio, garantirsi la luce del sole, costruire descrizioni che diano significato ai luoghi, aprano l’immaginazione. I discorsi fanno volentieri riferimento a un organicismo noto. E poi, nell’un caso come nell’altro il progetto ha a che fare con la cosa pubblica: forma territori che sono beni comuni. Il paesaggio è produced by society, partecipatorio non certo esito di una visione privata. Il compito del progettista è contribuire a una trasformazione, mostrare un differente modo di abitare. Su questo terreno, le due traiettorie si confondono entro lo sfondo di un pragmatismo critico che rilegge il progetto come indagine sperimentale, orientata a trattare problemi pubblici, mai stabiliti a priori. Lavoro che può giungere a una ridefinizione del senso e della forza dei problemi e a loro soluzioni. Senza tuttavia che ciò sia garantito.

Quello del doppio che trova un punto di convergenza non è un gran gioco: è da venti anni che il progetto urbano è riscritto in paesaggio. Tanto che sarebbe utile smetterla di coniare nuovi neologismi che mescolano la parola landscape con tutto. Progetti territoriali e progetti di paesaggio sono per lo più indistinguibili. O meglio, si distinguono su un altro piano: possono essere buoni o cattivi progetti, affrontare con sapienza e intuizione qualche problema o essere esercizi manieristi, che riproducono atteggiamenti. O ancora dogmatici o neo-positivisti come in tanta ecologia di ritorno. Ma il doppio ricompare nel momento in cui si cerca una legittimazione per l’azione. Qui si ritrova una nuova divergenza. E si apre la possibilità di un altro esercizio: osservare “la tirannia dei valori” (come direbbe Schmitt) nel campo del progetto e del discorso sul paesaggio. Valori che sono sempre contraddetti da altri valori, che sono posizionati (qualcosa vale di più, di meno, vale contro qualcosa d’altro). Anche quando quel qualcosa riguarda la natura, il territorio come bene comune, il paesaggio come forma di umanesimo. Valorizzazioni e svalorizzazioni reciproche, che si rendono reali attraverso le mediazioni del pensiero tecnico. Valori che si cerca di imporre anche solo nominandoli. Poiché (ancora Schmitt) “chi ne sostiene la validità deve farli valere”. La legittimazione è dunque, di nuovo, una divaricazione. Una lontananza (nei valori) che rimanda a un’assenza di lontananza (nelle pratiche). Una distinzione costruita su un’assenza di distinzione. Su una distanza che non c’è. È nelle genealogie, nelle appartenenze, nei valori. Ma non nel fare. Un ossimoro di quelli che sarebbero piaciuti a Bourdieu.

IL PROGETTO CONTEMPORANEO DELLA RESIDENZA

Posted: June 18, 2010 in Uncategorized

Omologazione e dispersione: la società del consumo ha prodotto il deflagrare della città in organismi territoriali dallo sviluppo esterno prevalentemente rado, dove una quota di popolazione sempre più alta risiede e abita in “case su lotto”.
L’aspettativa nei confronti di un nuovo abitare più qualificato ma soprattutto più personalizzato e allo stesso tempo uno dei moventi dell’invasione orizzontale dello spazio e il luogo di sperimentazione di modelli di vita. Uno spazio quello abitativo oggetto di incessante manipolazione, in modificazione continua, per rispondere a successive stratificazione di esigenza.
Se allora riconosciamo alla condizione in atto lo statuto di atto rifondativo dello spazio abitativo, con l’uomo e la sua sensibilità a riguadagnare una posizione di indiscussa centralità, potremo anche meglio comprendere non soltanto l’estesa fuga verso “ abusivi abitare” ma anche e soprattutto la responsabilità della disciplina nella definizione di alternative realmente più sensibili al mutato orizzonte, in grado di interpretare più efficacemente e realisticamente le istanze della contemporaneità.
Oggi proprio gli architetti più attenti e sensibili alle nuove dinamiche urbane avanzavano ipotesi di trasformazione che, nella loro pur variegata molteplicità, sembrano complessivamente convergere verso quella che potremmo definire una nuova idea di “ densità”: nuove forme di combinazione e assemblaggio delle singole unità abitative, nuove sovrapposizioni e mescolanze, cercando di far coesistere l’idea della privacy con la ricerca di una maggiore densità del costruito.
Questo studio cerca di scandagliare tra le pieghe di una simile opzione, la pluralità e flagranza delle proposte contemporanee in materia di edilizia residenziale.

IRAN

Posted: June 15, 2010 in Culture

Vi siete mai domandati come mai in Francia ed in generale, nel mondo, il velo dia e sia oggetto di scandalo, ed al contrario i nostri occhi si siano ormai abituati a forme rotondeggianti messe in mostra spudoratamente, quasi fosse normale sottoporsi ad infinite operazioni di estetica chirurgica ….

Siamo ancora in grado di ragionare e vedere con i nostri occhi, specchio dell’anima? o forse anche la nostra anima si sta modificando e diventando oggetto di chirurgica genetica od estetica?