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LA PAROLA NOMADE DI EVELINA SCHATZ

Posted: July 18, 2010 in Uncategorized

Nota in margine a Zagara (o della sicula stranizza)

“Ambita e forse ancora viva”, così Evelina Schatz definisce l’isola che, tra lave e boati, nel luglio del 1831 emerse dal mare di fronte a Sciacca, nel giro di cinque mesi però di nuovo in esso riaffondando. Superstite – generazione dopo generazione – solo l’inestinguibile speranza di vederla ancora riapparire, l’isola che non c’è; metafora di ogni utopia, ma anche di quel nomadismo dell’anima, che la poetessa – russa di nascita e per formazione, ma cosmopolita per vocazione – rivendica come privilegiata condizione di ascolto del mondo e connotazione di scrittura.
“Sono solamente una calda lumaca che viaggia/ con la propria casa-corazza-conchiglia/ ah che viaggio nella mirabilia, tra chiari e scuri/ e giochi di biglie e pesche d’oro di Samarcanda/ che la morte non teme e splende di blu”, scrive in Zagara (o della sicula stranizza), sottolineando la necessità di un’apertura conoscitiva –totale e senza riserve – verso ogni diversità: che non annulla, ma dilatandola rimarca la sua originaria matrice; a testimoniarlo, il continuo sconfinamento linguistico della sua poesia tra russo, italiano e rimandi al dialetto siciliano.
Per attraversare e rappresentare il tempestoso mare della contemporaneità Evelina sceglie infatti come zattera la Sicilia, da essa guardando – e a essa riconducendo – ogni esperienza del mondo.
Una sorta di straniante viaggio della mente e del cuore verso la Grande Madre mediterranea. Per interrogarla. Interrogarsi.

Chiave di lettura, poetica e tematica, della nuova raccolta –comprensiva dei testi scritti per l’amata Sicilia tra il 1992 e il 2009 – è la poesia Dialogo (iscrizione funebre), che, premessa alle sette sezioni in cui il libro si articola, sviluppa un immaginario dialogo tra un viandante e l’autrice. Rispondendogli da un aldilà “che non c’è”, lei ribadisce la sua decisa volontà di non appartenenza: “Volevi essere straniera?/”No”/”Volevi una patria?”/ “No”/ “Non ti capisco”/ “Volevo un mio non-paese. La non-patria”; e, di conseguenza, la scelta dell’esilio – scelta appunto, non destino – per una ricognizione di verità, senza tabù e senza dogane, nel proprio tempo.
Da qui quella poetica della mescolanza, che è a fondamento di tutta la sua scrittura: compresenza e fusione, in una testualità magmatica e inclusiva, di storie, culture, linguaggi, difformi e lontani nel tempo e nello spazio; perchè l’arte, abitando “nello spazio curvo/ di tempo che non trova luoghi”, non è mai staticità, isolamento, ma è sempre “aperta all’utopia in corso”.
Spazi, memorie, linguaggi, nei suoi testi continuamente trasbordano da ogni rigida delimitazione -storica, alfabetica, di senso- per ridisporsi in modo inedito nella riscrittura del mondo dell’io poetante, spesso con un deragliamento spiazzante di cadenze, ritmi, sintassi; la sua lingua poetica non cerca infatti l’essenzialità letteraria nè la selezione lessicale, procedendo invece per accumuli e progressive contaminazioni sonore, timbriche, tematiche.
L’esito è un’originalissima restituzione poetica, che a volte capricciosamete si dispone nel bianco della pagina: versi che obliquamente l’attraversano, con imprevedibi raggruppamenti grafici di lessico, di ritmi, di maliosi gorghi onomatopeici.

Una sorta di corale sciabordio di miti, storia e vita quotidiana, è la cifra di tutta quanta la raccolta, dove la mediterraneità della Sicilia non è solo cultura e paesaggio, ma anche affabulante traslucere di un tessuto sonoro, in cui la parola – il suo suono, i suoi sensi – si fonde allo stormire degli ulivi, al brusio delle folle, alla risacca del mare; esemplari, in questo senso, Tamburi di Sicilia e Canti piscatori ovvero Miracoli del mercato del pesce.
Il dialetto siciliano accende l’immaginario della poetessa, che non solo sente, ma vede nelle parole -“O è passione la mia?/O la provocazione del suono?” si domanda – visionariamente penetrando dentro il nucleo di suoni, metafore e sensi in esse occultato.
Termini dialettali -quali cutulia, cimiddia, agghiammate- si dispiegano in testo, seguendo talvolta un particolare procedimento compositivo. A un primo componimento -dal titolo Thema: densa anticipazione delle suggestioni espressive del riporto lessicale- solitamente ne segue un secondo, dal titolo Allargamento: rutilante sviluppo immaginativo e sonoro, con rimandi non solo alla storia, al folklore, al mito, ma anche alla fitta rete di relazioni ed esperienze di vita dell’autrice; non a caso tutte le poesie di Zagara (o della sicula stranizza)sono dedicate ad amici siciliani.
Benchè ferita, lacerata, l’isola -simultaneamente “algebra e alchimia”- resta per lei sempre fondamento di poesia: “Ma è d’amore siculo davvero/ quel caldo disperato canto / in nero: purissimo profondo”.

Nella dimensione sincronica che caratterizza il tempo della sua scrittura, ogni metamorfosi è possibile: l’identico può farsi altro, assumere le fattezze del diverso. Vendicari, Noto, Siracusa, Catania, Palermo -e tutta l’ampia geografia dei luoghi siciliani da lei visitati- talvolta perciò si confondono con quelli attraversati o soltanto immaginati nella sua biografia ambulante: dalla Grecia al Guatemala, dalla Svezia all’Anatolia. Nella sua restituzione espressiva, non solo tutto interferisce con tutto, diventando testo -il dramma e la gioia, l’amore e la storia- ma tutti i registri sono utilizzati: dal tragico all’erotico, al lirico, all’ironico, molto presente in questi versi. Attraverso un ludico gioco verbale e una scrittura di ironica –e autoironica – leggerezza, la poetessa esorcizza infatti ogni retorica e ogni autocompiacimento, “ora l’ironia vige/ sul dolore/ sulla roulette russa/ e sul nero del mare”.
Ma a scandire profondamente la magmatica testualità della sua scrittura, distinguendola da ogni altra, è, soprattutto, l’interferenza tra il ritmo dell’emozione e il respiro intellettuale della rotonda verità: l’esigenza – da lei fortemente avvertita – di restituire spessore di pensiero alla poesia.
Tante le citazioni e i riferimenti -espliciti e impliciti- a filosofi contemporanei, e agli amatissimi presocratici. E continua l’interrogazione sul ruolo della poesia oggi.
Che -in una contemporaneità, tesa a rimuovere ogni esercizio critico e ogni vera intelligenza del mondo- per Evelina Schatz non può che farsi nomade, andando “in cerca della forma migrante/ giudia, -mongola errante”.
Perchè – scrive – la vera poesia, in quanto poesia di verità, “forma/ vuole essere”: destino e senso, non farfugliante parola in libertà.

MARIA ATTANASIO

Zagara olimpica

Quando la stella gialla come
il limone della Sicilia d’inverno
sarà accesa in ogni casa come
il fuoco olimpico, la gente allora
avrà concluso il concorso alla
eguaglianza fratellanza libertà
di essere (o non essere) uomini.

E la fiamma olimpica allora partirà
tra gli allori del deserto di Negev
correranno i beduini-tedofori
verso Giudea ––– spezzata mela
della discordia ingiuriosa –––
accenderanno i giardini di agrumi
Erano questi i giardini dell’Eden?
Di zagara profumi giungeranno ai cieli
dimenticati cieli ora in fuga
verso dimentico altrove

Evelina Schatz