Archive for the ‘Barbara Gozzi’ Category

NIENTE

Posted: December 7, 2009 in Barbara Gozzi

di Barbara Gozzi

C’è molta luce, silenzio. Cammino e non ci penso. Da fuori so che il sole ladro d’un inverno mutevole, mi terrà. So che non cadrò, ancorandomi a quel cortile. So che nei congedi è il secondo movimento il più feroce, quello che trasfigura, artiglia.

Alle porte del cimitero li ho sentiti. I sussurri di chi non ha più corpi, forme. E ho pensato che anche tu, in fondo, sei così. Resti tra le memorie indelebili che non accettano le modificazioni di stati e gestioni uterine, che rigettano le decomposizioni finché anche chi ricorda se n’è andato. E io sono qui. Ci-sono. Ci-resto.

Forse i corpi sono necessari proprio quando smettono di avere una presenza fisica evidente. Come te. Che hai lasciato, ceduto, trasferito, modificato, dimenticato.
Non era niente.

Lasciarti entrare, sentire l’amplificazione schizzata dei tuoi umori, niente.
Dal niente non si costruisce, non si inizia, si seppellisce.
Io ero il tuo niente, tu il mio qualcosa.
Qualcosa che pulsava, graffiava, risucchiava e mi frustava.
E ora taci. Mentre in me si aprono ferite che spurgano.
Ora ignori, e io vomito umori, tenerezze avvelenate, sudori melmosi.
Sparisci e mi stringo budella marce e nervi accartocciati.
Ciao, hai detto. E non hai aspettato che rispondessi.
Ciao, ti ho detto. Ma tu eri già altrove, riassorbito.
Sei e io affogo.

Per quanto ancora mi mancherà il qualcosa che eri essendo io niente? Per quanto ancora questo niente manterrà venature d’un qualcosa capace di fare così tanto bene nel gravoso male che è? Dovrei strapparmi gli strati superficiali della pelle. E con quegli strati estirpare mappature di impronte. Perdere in un colpo solo traiettorie già delineate verso strade sconosciute. Forse così, forse sì, il niente si riallineerebbe con il ‘senso di niente’, con il significato desolante, vuoto, inutile, assurdo, espulsivo dell’essere-niente nel niente che ero, per te.

Ho sentito il freddo nei vecchi mattoni e ho lasciato che quel freddo ammorbidisse carni e ossicini fragili. Ho respirato raggi caldi, l’umido delle foglie stanche, giallastre. E ho memorizzato immagini storte, sfocate, dai colori lontani, irreali. Ho trattenuto muri, cancelli, campanili, strade chiuse e puntini luminosi tra nomi forse dimenticati forse pronunciati. E’ un mondo dis-equilibrato entro un angolo ruotato, quarantacinque gradi almeno. Lì sono rimasta. Lì ti ho detto ciao-ciao. E ora sono stanca. Gli abbandoni sono cannule fini, invisibili, che affondano negli organi vitali e prendono a risucchiarne la polpa morbida, succosa, preziosa. Una carezza, quella che non ho potuto, quella che non è mai esistita, non poteva; una carezza, l’ultima, avrei voluto ricordarla, se mai fosse stata, ciò che doveva. Niente.

Advertisements