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Cristiano Ferrarese

Posted: July 9, 2009 in Cristiano Ferrarese

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Matti, voci e storie di oggi – Parte III
Di Barbara Gozzi
Davanti a un matto, ho sempre avuto la stessa sensazione, lo stesso identico brivido. Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare, trovarsi davanti a un’imbarcazione affollata, un relitto che giace addormentato sotto la superficie. Qualcosa di indecifrabile. Come una frase difficile che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterla capire.
(Estratto scritto da Simone Cristicchi, seconda di copertina di ‘1967’, di Cristiano Ferrarese, Hacca, 2007).
Ma, ancora, dalla seconda di copertina di ‘1976’ (Cristiano Ferrarese, Hacca, 2008), le parole di Andrea Di Consoli, narratore, poeta, operatore editoriale e culturale, sono parole intense, vibranti, durissime che cercano di scuotere, smuovere interesse e attenzione.
I matti non sono rivoluzionari. I matti non cambiano il mondo. Chi li ha strumentalizzati per fini ideologici, ha commesso un crimine. I matto sono malati: malati gravi che non sovvertono il mondo, ma che sono interiormente devastati da crolli, deformazioni visive, angosce, certezze assurde e sentimenti apocalittici. I matti non sono ‘buoni’ e rassicuranti, né sono gli sconfitti del capitalismo, o le vittime dell’ordine sociale. I matti non vedono verità che altri non vedono. […] I matti parlano una lingua che non si capisce.
(Andrea Di Consoli)
Ed è proprio di questo, dell’essere ‘matto’, del raccontare, del parlare un’altra lingua, avvalersi di un linguaggio difficile, spezzato, frantumato, disperato quanto maniacalmente cercato per esprimere quel qualcosa che c’è, esiste ma su livelli diversi, qualcosa che è ‘altro’dal narratore stesso: di tutto questo si è occupato Cristiano Ferrarese nella trilogia dei Matti, tre romanzi (uno dei quali ancora inedito, gli altri pubblicati da Hacca: 1967, 1976).
La storia inizia con una voce, indefinita, indefinibile, che si rivolge direttamente a Gesù. Finché questa sorta di corrispondenza unidirezionale con l’Altissimo si interrompe (ma ritorna, sul finale del primo romanzo, filo sottile ma non invisibile). E la voce si racconta libera da vincoli di forma. Poco alla volta emergono dettagli, veloci schegge che aiutano il lettore a orientarsi, avviando un processo di comprensione tutt’altro che semplice.
“[…]… era il Novembre del ’66 e abitavo a Busalla, il mio nome C. e dormivo pochissimo, avevo scelto il lavoro più divertente… il becchino, …”. A pagina 18 di ‘1967’ i primi indizi sul ‘chi’. E poco oltre altri, sul ‘cos’è successo’: “… cella di isolamento e poi il processo… dichiarato infermo mentale, sono rinchiuso in questa casa di cura per malattie mentali, un manicomio… passeranno mesi e anni e io continuerò a viaggiare nei miei vuoti di coscienza dove sono fuori di me e mi vedo agire…”.
Dunque, un matto, ricoverato in un istituto, che ha commesso un omicidio e che ogni giorno pensa, incastra tasselli, svela. O almeno, è quello che sembra. Per ora così è.
Il linguaggio non è solo forma ma anche sostanza. Testimonia un preciso approccio verso il narrare. La sovraesposizione delle sospensioni. Punti che sono invadenti, pesanti, faticosi, attraverso i quali il lettore deve abituarsi a rantolare come (forse) fa il narratore-protagonista.
… ma non mi crede e così ritorna a vedere se mente e cedo, ma io ripeto la stessa storia e lo disoriento sempre più… io sono malato dentro e questi esteti del disagio e della legge non possono capire… e mai potranno capire…
(pag.33, 1967)
Frammenti. La trilogia dei matti si profila come un flusso di pensieri, una voce piena di ‘buchi’, attese, sottintesi. Perché ciò che racconta, il signor C. (chiunque sia realmente, tra capovolgimenti di genere e relazioni), non è solo la sua storia. Non è il protagonista sotterraneo. Non è il resoconto ombelicale di una vita magari dolorosa magari ingiusta magari distrutta. È una trasposizione. Un capovolgere il mondo, quello narrato naturalmente quanto quello atteso. Il matto narra ma è attraverso la sua condizione, attraverso parole, frasi, figlie anche della presunta malattia, che può spostare l’attenzione, virare drasticamente da un ‘suo dentro’ al ‘fuori’. L’inconscio del narratore, i suoi impulsi lo liberano dalle catene che invece gli altri, i sani, portano ogni giorno. E, in questa libertà, la lingua si scioglie, fugge dagli schemi sintattici e semantici convenzionali, si plasma per dare il ritmo, la sincope, per riappropriarsi degli spazi adatti ad. Analizzare. Registrare livelli diversi, strati e simboli che galleggiano ma facilmente sfuggono.
… vorrei dormire ma le voci mi tormentano e si cibano della mia mente… […] … ricordo solo una frase di Jung… “Matto è colui che è sopraffatto dal proprio inconscio”… […]
… lessi la frase in biblioteca a Busalla poco dopo il funerale del ragazzo che si era impiccato… così mi resi conto di essere matto perché agivo preda dell’inconscio… io ero parlato da questi impulsi del profondo, mi guidavano in azioni oscene e irripetibili…
(pag. 59 – 1967)
… la strada è la fotocopia della vita normale di tutti i giorni… i clienti sono l’espressione delle pulsioni represse e reprimenti, pagano e si sentono forti… hanno corpi e facce oscure… le loro parole sono violente ma deboli… non sentono le catene intorno a sé…
(pag.93 – 1967)
La componente ‘sociale’ è impossibile da ignorare in 1976, quando il lettore si è ormai abituato alla struttura linguistica, allo stile. Ferrarese rimane coerente, insiste dando voce a sentimenti che echeggiano, rimbombano, inquietano. E gli eventi del ‘fuori’ filtrano attraverso la condizione di non sanità, non sani anche loro, in un gioco di incastri e coincidenze.
Io so che hanno ucciso Pie Paolo Pasolini perché ha visto il marcio nauseabondo di questa società che chiamano democrazia… io so che hanno ucciso Pier Paolo Pasolini perché era un alieno mistico gettato in questa merda di nazione cattocomunistaclericofascita… Pier Paolo Pasolini eroe sfregiato dalla maldicenza e dall’ipocrisia piccolo borghese… noi non abbiamo mai avuto una borghesia e neppure un capitalismo…
(pag.41 – 1976)
Ne esce un testo ( intendendo la trilogia) complesso, come già spiegato. Difficile in quanto chiede – pretende – attenzione costante, curiosità e pazienza. Questo spostare le angolazioni, spezzare qualsiasi cosa (racconti, ricordi, ragionamenti, informazioni), questo agganciare malattia mentale con le malattie sociali, accadimenti che diventano male esterno esposto attraverso un male interno sconclusionato, folle appunto. Tutto questo è senza dubbio impegnativo, faticoso anche. Ma necessario nell’incedere, nel lasciare tracce precise, in attesa di comprensione.
Faccio alcune domande a Cristiano Ferrarese, ascolto la ‘sua voce’:
Chi sono ‘i matti’ per Cristiano Ferrarese?
“I matti di Ferrarese sono quelli che vedono (Platone e la lettera VII) ciò che gli altri semplicemente si limitano ad osservare…squarciano un velo e dicono che il re è nudo…qualsiasi esso sia e in qualsiasi modo si presenti…sono disturbati (disturbanti) dal vivere in un presente eterno che non prevede ciclicità…sono dei maleducati che accettano questa condizione, non si piangono addosso e sono attraverso il sangue/la morte/il sesso/la religione… “
In ‘1967’ e ‘1976’, il matto non è mero narratore piuttosto espediente per mostrare la realtà deformata di un passato dell’Italia recente ancora sfocato. Quanto il narrato è reale e quanto dipende dall’invenzione narrativa?
“La realtà è il punto di vista di chi la narra all’interno di momenti storici avvenuti ma vissuti come eterni…il matto dice le cose, non racconta…il matto nella storia vince sempre perché perde comunque… “
‘I matti fanno letteratura’ ha scritto Gianfranco Franchi, narratore, critico e operatore culturale, a proposito di ‘1976’. E’ dunque questo il senso di una scelta precisa, di un modo non usuale, anche complesso di trattare una storia costellata di simboli? Usare una struttura, una lingua ambigua, sospesa, per lasciare messaggi potenti, crudeli?
“I “miei “matti fanno un’altra letteratura (se così si può chiamare) che non è consolatoria/alta o bassa/ricercata o ricercante…è pericolosamente misericordiosa e compassionevole nel suo essere o-scena…è troppo avanti o troppo indietro…quindi ferma ma non aspetta… “
Cristiano Ferrarese è raggiungibile su myspace, mentre QUI il booktrailer di ‘1967’.