l’albero della poesia

Posted: August 20, 2010 in Uncategorized

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In un momento di disordine, difficile per tante persone, di sconquasso ambientale e di ‘cambiamento climatico’ abbiamo pensato di proporre al comune di etterbeek a BXL questa bella iniziativa: un albero della poesia
Il progetto é stato scritto da laura e elisa, due ragazze che hanno soggiornato a BXL, ed in collaborazione con il team del club del Libro asbl a Brussels. Il tutto rivisitato da evelina schatz per quanto riguarda la parte artistica legata alle sculture (fogli di rame con impresse le parole) che verranno appese agli alberi.

Il nostro evento avrà luogo a Maggio 2011 e già da ora si stanno mettendo insieme i ‘pezzi’ le idee e i disegni per preparare il tutto in modo allegro e poetico
Luisa S ha ideato i loghi che presentiamo oggi sul blog. Simone Z. si sta adoperando per sperimentare da vero chimico l’utilizzo di acidi e pitture reagenti al rame. Anna MF sarà nostra ospite e Stefano M. parteciperà ugualmente.

Le foto degli alberi e del parco

LA PAROLA NOMADE DI EVELINA SCHATZ

Posted: July 18, 2010 in Uncategorized

Nota in margine a Zagara (o della sicula stranizza)

“Ambita e forse ancora viva”, così Evelina Schatz definisce l’isola che, tra lave e boati, nel luglio del 1831 emerse dal mare di fronte a Sciacca, nel giro di cinque mesi però di nuovo in esso riaffondando. Superstite – generazione dopo generazione – solo l’inestinguibile speranza di vederla ancora riapparire, l’isola che non c’è; metafora di ogni utopia, ma anche di quel nomadismo dell’anima, che la poetessa – russa di nascita e per formazione, ma cosmopolita per vocazione – rivendica come privilegiata condizione di ascolto del mondo e connotazione di scrittura.
“Sono solamente una calda lumaca che viaggia/ con la propria casa-corazza-conchiglia/ ah che viaggio nella mirabilia, tra chiari e scuri/ e giochi di biglie e pesche d’oro di Samarcanda/ che la morte non teme e splende di blu”, scrive in Zagara (o della sicula stranizza), sottolineando la necessità di un’apertura conoscitiva –totale e senza riserve – verso ogni diversità: che non annulla, ma dilatandola rimarca la sua originaria matrice; a testimoniarlo, il continuo sconfinamento linguistico della sua poesia tra russo, italiano e rimandi al dialetto siciliano.
Per attraversare e rappresentare il tempestoso mare della contemporaneità Evelina sceglie infatti come zattera la Sicilia, da essa guardando – e a essa riconducendo – ogni esperienza del mondo.
Una sorta di straniante viaggio della mente e del cuore verso la Grande Madre mediterranea. Per interrogarla. Interrogarsi.

Chiave di lettura, poetica e tematica, della nuova raccolta –comprensiva dei testi scritti per l’amata Sicilia tra il 1992 e il 2009 – è la poesia Dialogo (iscrizione funebre), che, premessa alle sette sezioni in cui il libro si articola, sviluppa un immaginario dialogo tra un viandante e l’autrice. Rispondendogli da un aldilà “che non c’è”, lei ribadisce la sua decisa volontà di non appartenenza: “Volevi essere straniera?/”No”/”Volevi una patria?”/ “No”/ “Non ti capisco”/ “Volevo un mio non-paese. La non-patria”; e, di conseguenza, la scelta dell’esilio – scelta appunto, non destino – per una ricognizione di verità, senza tabù e senza dogane, nel proprio tempo.
Da qui quella poetica della mescolanza, che è a fondamento di tutta la sua scrittura: compresenza e fusione, in una testualità magmatica e inclusiva, di storie, culture, linguaggi, difformi e lontani nel tempo e nello spazio; perchè l’arte, abitando “nello spazio curvo/ di tempo che non trova luoghi”, non è mai staticità, isolamento, ma è sempre “aperta all’utopia in corso”.
Spazi, memorie, linguaggi, nei suoi testi continuamente trasbordano da ogni rigida delimitazione -storica, alfabetica, di senso- per ridisporsi in modo inedito nella riscrittura del mondo dell’io poetante, spesso con un deragliamento spiazzante di cadenze, ritmi, sintassi; la sua lingua poetica non cerca infatti l’essenzialità letteraria nè la selezione lessicale, procedendo invece per accumuli e progressive contaminazioni sonore, timbriche, tematiche.
L’esito è un’originalissima restituzione poetica, che a volte capricciosamete si dispone nel bianco della pagina: versi che obliquamente l’attraversano, con imprevedibi raggruppamenti grafici di lessico, di ritmi, di maliosi gorghi onomatopeici.

Una sorta di corale sciabordio di miti, storia e vita quotidiana, è la cifra di tutta quanta la raccolta, dove la mediterraneità della Sicilia non è solo cultura e paesaggio, ma anche affabulante traslucere di un tessuto sonoro, in cui la parola – il suo suono, i suoi sensi – si fonde allo stormire degli ulivi, al brusio delle folle, alla risacca del mare; esemplari, in questo senso, Tamburi di Sicilia e Canti piscatori ovvero Miracoli del mercato del pesce.
Il dialetto siciliano accende l’immaginario della poetessa, che non solo sente, ma vede nelle parole -“O è passione la mia?/O la provocazione del suono?” si domanda – visionariamente penetrando dentro il nucleo di suoni, metafore e sensi in esse occultato.
Termini dialettali -quali cutulia, cimiddia, agghiammate- si dispiegano in testo, seguendo talvolta un particolare procedimento compositivo. A un primo componimento -dal titolo Thema: densa anticipazione delle suggestioni espressive del riporto lessicale- solitamente ne segue un secondo, dal titolo Allargamento: rutilante sviluppo immaginativo e sonoro, con rimandi non solo alla storia, al folklore, al mito, ma anche alla fitta rete di relazioni ed esperienze di vita dell’autrice; non a caso tutte le poesie di Zagara (o della sicula stranizza)sono dedicate ad amici siciliani.
Benchè ferita, lacerata, l’isola -simultaneamente “algebra e alchimia”- resta per lei sempre fondamento di poesia: “Ma è d’amore siculo davvero/ quel caldo disperato canto / in nero: purissimo profondo”.

Nella dimensione sincronica che caratterizza il tempo della sua scrittura, ogni metamorfosi è possibile: l’identico può farsi altro, assumere le fattezze del diverso. Vendicari, Noto, Siracusa, Catania, Palermo -e tutta l’ampia geografia dei luoghi siciliani da lei visitati- talvolta perciò si confondono con quelli attraversati o soltanto immaginati nella sua biografia ambulante: dalla Grecia al Guatemala, dalla Svezia all’Anatolia. Nella sua restituzione espressiva, non solo tutto interferisce con tutto, diventando testo -il dramma e la gioia, l’amore e la storia- ma tutti i registri sono utilizzati: dal tragico all’erotico, al lirico, all’ironico, molto presente in questi versi. Attraverso un ludico gioco verbale e una scrittura di ironica –e autoironica – leggerezza, la poetessa esorcizza infatti ogni retorica e ogni autocompiacimento, “ora l’ironia vige/ sul dolore/ sulla roulette russa/ e sul nero del mare”.
Ma a scandire profondamente la magmatica testualità della sua scrittura, distinguendola da ogni altra, è, soprattutto, l’interferenza tra il ritmo dell’emozione e il respiro intellettuale della rotonda verità: l’esigenza – da lei fortemente avvertita – di restituire spessore di pensiero alla poesia.
Tante le citazioni e i riferimenti -espliciti e impliciti- a filosofi contemporanei, e agli amatissimi presocratici. E continua l’interrogazione sul ruolo della poesia oggi.
Che -in una contemporaneità, tesa a rimuovere ogni esercizio critico e ogni vera intelligenza del mondo- per Evelina Schatz non può che farsi nomade, andando “in cerca della forma migrante/ giudia, -mongola errante”.
Perchè – scrive – la vera poesia, in quanto poesia di verità, “forma/ vuole essere”: destino e senso, non farfugliante parola in libertà.

MARIA ATTANASIO

Zagara olimpica

Quando la stella gialla come
il limone della Sicilia d’inverno
sarà accesa in ogni casa come
il fuoco olimpico, la gente allora
avrà concluso il concorso alla
eguaglianza fratellanza libertà
di essere (o non essere) uomini.

E la fiamma olimpica allora partirà
tra gli allori del deserto di Negev
correranno i beduini-tedofori
verso Giudea ––– spezzata mela
della discordia ingiuriosa –––
accenderanno i giardini di agrumi
Erano questi i giardini dell’Eden?
Di zagara profumi giungeranno ai cieli
dimenticati cieli ora in fuga
verso dimentico altrove

Evelina Schatz

il paesaggio di Erice

Posted: June 20, 2010 in architecture

Un viaggio nella tradizione, attraverso la lettura dei colori ed i caratteri dei suoi abitanti.

In apertura Tullio Sirchia rilegge il lavoro di appropriazione del paesaggio proprio di Erice, la sua storia, gli interventi attraverso tre categorie: la natura, l’architettura, l’indefinito. La prima si porta dietro tecniche e saperi ben fondati. La seconda scompone definitivamente la relazione modernista figura-sfondo. La terza parla del tempo. Poi, lo stesso Tullio Sirchia suggerisce altre connotazioni: il legame tra rigore e innovazione al di fuori da facili scorciatoie; l’uso di prototipi dove sperimentare densità e gestione delle coltivazioni; la costruzione di vocabolari utili alla definizione di nuovi spazi pubblici; l’idea che il sistema dei parchi funzioni come infrastruttura urbana; il rifiuto delle facili retoriche della sostenibilità, dell’accezione statica ed estetica della nozione di paesaggio; la passione per lo sguardo d’insieme e per la planimetria. La percezione netta dello scarto nel tempo tra pianificazione e costruzione.

Evidente la distanza tra titolo del libro e la ridondante letteratura di paesaggio: nell’importanza data alla cornice teorica; nel rilievo assunto dalla parola scritta; nella misura e nel carattere dell’apparato iconografico. E, naturalmente, nei progetti presentati. Progetti che si prestano a un gioco. Dimenticando per un momento libro e autore, potremmo ascriverli contemporaneamente a due traiettorie distinte. Riconoscere due differenti genealogie. Quella della progettazione territoriale, dei suoi materiali, delle sue figure. Quella della progettazione di paesaggio, della botanica, delle tecniche derivate dall’agricoltura. Tullio Sirchia sottolinea spesso la divaricazione quando scrive del piacere della domesticazione di siti come qualcosa di diverso dal piacere della costruzione. Si muove con materiali intermediari. Maneggia il tempo più che prevederne le conseguenze. Insiste sulle tecniche di coltivazione, su pochi materiali elementari: erba, superfici mineralizzate, acqua, piante. Doppie genealogie dunque. Saperi diversi e un differente profilo del progettista: esploratore, non certo urbanista.

Ma il doppio ha un punto di sovrapposizione in cui le differenze sembrano annullarsi. Le domande che si pone Tullio Sirchia sono le stesse che si pone l’urbanista: come leggere le trasformazioni della città contemporanea? Come dare coerenza a un territorio frammentato? Come restituire allo spazio pubblico il carattere di uno spazio comune? I suoi progetti, come quelli urbani, tendono a un migliore funzionamento del territorio. Danno risposta a esigenze elementari: proteggersi dal vento, circolare meglio, garantirsi la luce del sole, costruire descrizioni che diano significato ai luoghi, aprano l’immaginazione. I discorsi fanno volentieri riferimento a un organicismo noto. E poi, nell’un caso come nell’altro il progetto ha a che fare con la cosa pubblica: forma territori che sono beni comuni. Il paesaggio è produced by society, partecipatorio non certo esito di una visione privata. Il compito del progettista è contribuire a una trasformazione, mostrare un differente modo di abitare. Su questo terreno, le due traiettorie si confondono entro lo sfondo di un pragmatismo critico che rilegge il progetto come indagine sperimentale, orientata a trattare problemi pubblici, mai stabiliti a priori. Lavoro che può giungere a una ridefinizione del senso e della forza dei problemi e a loro soluzioni. Senza tuttavia che ciò sia garantito.

Quello del doppio che trova un punto di convergenza non è un gran gioco: è da venti anni che il progetto urbano è riscritto in paesaggio. Tanto che sarebbe utile smetterla di coniare nuovi neologismi che mescolano la parola landscape con tutto. Progetti territoriali e progetti di paesaggio sono per lo più indistinguibili. O meglio, si distinguono su un altro piano: possono essere buoni o cattivi progetti, affrontare con sapienza e intuizione qualche problema o essere esercizi manieristi, che riproducono atteggiamenti. O ancora dogmatici o neo-positivisti come in tanta ecologia di ritorno. Ma il doppio ricompare nel momento in cui si cerca una legittimazione per l’azione. Qui si ritrova una nuova divergenza. E si apre la possibilità di un altro esercizio: osservare “la tirannia dei valori” (come direbbe Schmitt) nel campo del progetto e del discorso sul paesaggio. Valori che sono sempre contraddetti da altri valori, che sono posizionati (qualcosa vale di più, di meno, vale contro qualcosa d’altro). Anche quando quel qualcosa riguarda la natura, il territorio come bene comune, il paesaggio come forma di umanesimo. Valorizzazioni e svalorizzazioni reciproche, che si rendono reali attraverso le mediazioni del pensiero tecnico. Valori che si cerca di imporre anche solo nominandoli. Poiché (ancora Schmitt) “chi ne sostiene la validità deve farli valere”. La legittimazione è dunque, di nuovo, una divaricazione. Una lontananza (nei valori) che rimanda a un’assenza di lontananza (nelle pratiche). Una distinzione costruita su un’assenza di distinzione. Su una distanza che non c’è. È nelle genealogie, nelle appartenenze, nei valori. Ma non nel fare. Un ossimoro di quelli che sarebbero piaciuti a Bourdieu.

IL PROGETTO CONTEMPORANEO DELLA RESIDENZA

Posted: June 18, 2010 in Uncategorized

Omologazione e dispersione: la società del consumo ha prodotto il deflagrare della città in organismi territoriali dallo sviluppo esterno prevalentemente rado, dove una quota di popolazione sempre più alta risiede e abita in “case su lotto”.
L’aspettativa nei confronti di un nuovo abitare più qualificato ma soprattutto più personalizzato e allo stesso tempo uno dei moventi dell’invasione orizzontale dello spazio e il luogo di sperimentazione di modelli di vita. Uno spazio quello abitativo oggetto di incessante manipolazione, in modificazione continua, per rispondere a successive stratificazione di esigenza.
Se allora riconosciamo alla condizione in atto lo statuto di atto rifondativo dello spazio abitativo, con l’uomo e la sua sensibilità a riguadagnare una posizione di indiscussa centralità, potremo anche meglio comprendere non soltanto l’estesa fuga verso “ abusivi abitare” ma anche e soprattutto la responsabilità della disciplina nella definizione di alternative realmente più sensibili al mutato orizzonte, in grado di interpretare più efficacemente e realisticamente le istanze della contemporaneità.
Oggi proprio gli architetti più attenti e sensibili alle nuove dinamiche urbane avanzavano ipotesi di trasformazione che, nella loro pur variegata molteplicità, sembrano complessivamente convergere verso quella che potremmo definire una nuova idea di “ densità”: nuove forme di combinazione e assemblaggio delle singole unità abitative, nuove sovrapposizioni e mescolanze, cercando di far coesistere l’idea della privacy con la ricerca di una maggiore densità del costruito.
Questo studio cerca di scandagliare tra le pieghe di una simile opzione, la pluralità e flagranza delle proposte contemporanee in materia di edilizia residenziale.

IRAN

Posted: June 15, 2010 in Culture

Vi siete mai domandati come mai in Francia ed in generale, nel mondo, il velo dia e sia oggetto di scandalo, ed al contrario i nostri occhi si siano ormai abituati a forme rotondeggianti messe in mostra spudoratamente, quasi fosse normale sottoporsi ad infinite operazioni di estetica chirurgica ….

Siamo ancora in grado di ragionare e vedere con i nostri occhi, specchio dell’anima? o forse anche la nostra anima si sta modificando e diventando oggetto di chirurgica genetica od estetica?

Rete Scuole Alfamediali
logos alfabetico – olos audiovisivo
manifesto
http://www.scuolealfamediali.net

La Scuola Alfamediale (alfabetico-multimediale) insegna le tre più potenti culture storiche del nostro tempo e di quello futuro: Umanistica, Scientifica, Multimediale. Quest’ultima è un nuovo ambiente di vita, pensiero, arte, informazione, comunicazione, studio, lavoro, già attivo nelle società avanzate. L’alfamedialità innalza i livelli individuali e collettivi di coscienza, intelligenza, responsabilità e libertà degli uomini. Prospetta e progetta un nuovo umanesimo e una nuova civilizzazione attraverso l’incontro e la fusione di due diverse forme di pensiero riflessivo: il logos alfabetico della Cultura Umanistica e della Cultura Scientifica e l’olos audiovisivo della Cultura Multimediale.
Le Due Culture, Umanistica e Scientifica, generano e sono generate dal logos alfabetico del testo scritto, a mano e a stampa. Il logos funziona come un “motore” e procede per proposizioni (soggetto-predicato-complemento). Da più di 2.500 anni compie due grandi magie: rende visibili e dunque leggibili i pensieri attraverso pochi segni grafici su carta (punti, linee, forme, lettere, numeri, parole) e modella attraverso il lavoro testuale di lettura e di scrittura il pensiero riflessivo analitico-chiuso, al di là dei contenuti trattati. Con il passaggio al terzo millennio il sistema simbolico-culturale del logos alfabetico, forza e gloria del Mediterraneo classico e dell’Europa e dell’Occidente moderni, sembra entrato in crisi storica di sistema. La sua riflessività analitico-chiusa non riesce più a spiegare, prevedere ed affrontare le improvvise emergenze del mondo, divenuto sempre più globale, complesso, veloce, instabile, imprevedibile, “liquido”.
La Cultura Multimediale, la Terza Cultura, genera ed è generata dall’olos audiovisivo dello spettacolo su schermo (cinema, televisione, computer, internet, videofonino…). Diversamente dal logos alfabetico, l’olos audiovisivo funziona come un “organismo” e procede per inquadrature e sequenze. Come è facile notare, non si tratta più, o soltanto, di tessere in ordine lineare segni grafici su carta, ma di orchestrare direttamente su schermo lo spettacolo della Realtà, del Corpo e della Parola ovvero “lo spettacolo di noi stessi nel mondo”. Nasce da questo rispecchiamento olistico, poli-semico e molteplice il pensiero riflessivo sintetico-aperto dell’audiovisivo, che la Scuola Alfamediale innesta sul logos alfabetico delle Due Culture. L’olos audiovisivo è il risultato di un complesso, ragionato ed intuitivo lavoro d’integrazione culturale. Per fare spettacolo su schermo bisogna, infatti, sapere integrare tutti i linguaggi umani, tutte le forme testuali, arti e saperi diversi, retorica e logica, immedesimazione emotiva e distanziamento critico, immaginazione creativa e formalizzazione comunicativa, autorialità e casualità compositiva, tecniche analogiche e digitali. Il gioco di tutti questi fattori libera l’intelligenza olistico-riflessiva dello studente, indispensabile per capire e vivere da cittadino attivo la complessità dinamica dei fenomeni naturali e culturali, le relazioni profonde e superficiali dell’agire sociale, l’incastro sinergico di sistemi e sottosistemi e così via.
L’audiovisivo è il più spettacolare linguaggio umano. È scritto con la telecamera (la nuova penna) e si compone e si legge sullo schermo (la nuova carta-scena). La composizione audiovisiva riunifica tutto ciò che l’alfabeto separa: corpo e mente, uomo ed ambiente, spazio e tempo, reale e virtuale, emisfero destro ed emisfero sinistro.

Zeus, anche Zeus, scaglia
fulmini e saette, mettendo il mare in tempesta.
Ulisse, nonostante i continui naufragi, resiste.
ma con gravi perdite di marinai e navi.

A cura di Tullio Sirchia Coordinatore pedagogico della RSA
Piazza S. Agostino, 2
91100 Trapani tel 0923 21500
tulliosirchia@virgilio.it

Shirin Neshat

Posted: March 26, 2010 in Artistic events

intervista a Shirin Neshat

L’artista iraniana, Leone d’argento a Venezia, si racconta a Gabi Scardi: dall’approccio nomade che la porta a sperimentare diversi linguaggi al rapporto irrisolto con il suo Paese d’origine.

Donne senza uomini, Shirin Neshat si è aggiudicata il Leone d’argento all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Con un linguaggio enigmatico e con lo stile curatissimo e perfetto che contraddistinguono il suo lavoro, nel film l’artista racconta una serie di storie individuali il cui elemento accomunante è avere un punto di riferimento in un magnifico giardino di orchidee: luogo interiore, spazio a parte in cui sfuggire alla quotidianità banale o brutale.